martedì, settembre 09, 2014

Poesie, Pensieri InVersi



Il libro si può acquistare on line ed è disponibile sia la versione e-book che la versione cartacea. Buona lettura

RECENSIONE ENRICO NISTRI, CRITICO LETTERARIO

 Matilde Calamai appartiene a quella non troppo vasta, ma in compenso molto qualificata, schiera di artisti che accompagnano alla pratica della pittura la passione dello scrivere. La Toscana ne ha potuti vantare in un passato sia prossimo che remoto alcuni insigni esempi, da Lorenzo Viani ad Ardengo Soffici, dal Cellini al Vasari, per non citare che qualche nome. E lei prosegue in questa tradizione, presumo perché penna e pennello, arte figurativa, poesia e racconto costituiscono elementi inscindibili della sua personalità.
 Ho conosciuto Matilde Calamai in veste di pittrice in un afoso pomeriggio dello scorso giugno, nella raccolta ed accogliente galleria di Lilli Brogi in via della Pergola, nell'atmosfera indaffarata, festosa, a volte concitata che precede la vernice di una mostra. Ero stato chiamato a dire due parole sulla sua opera ed ero arrivato un po' prevenuto, perché avevo potuto visionare i dipinti solo sullo schermo, sul sito dell'autrice, che conoscevo solo come conduttrice televisiva. Sapevo che non aveva seguito corsi regolari e temevo di dover ricorrere a qualche abile perifrasi per parlare comunque bene del velleitario debutto di una debuttante. Dinanzi alla qualità delle opere, alla ricchezza dell'ispirazione, all'originalità di certe soluzioni grafiche, dovetti ricredermi, così come dovetti ricredermi sull'artista, che mi colpì per la sua semplicità e umiltà nella fase di preparazione della mostra.
 Rivedo oggi Matilde Calamai a fine ottobre, negli ultimi sgoccioli di un'intensa e prolungata estate, in questa solenne e semimillenaria che contrasta piacevolmente con la sua fresca giovinezza, e non sono più prevenuto. Ho avuto modo di leggere per tempo questa sua raccolta di Pensieri inversi e di rendermi conto che la poetessa non è inferiore alla pittrice, ma soprattutto le è complementare. Temi, suggestioni, luoghi che animano i suoi dipinti (a partire dalla passione per l'Africa) sono la linfa vitale di queste liriche con cui Matilde Calamai fa il suo esordio nella lirica, dopo il debutto nella narrativa col romanzo La bellezza parte da dentro, seguito dai racconti Storie sexy di ragazze per bene preceduti da una prefazione di Federico Moccia. Giudicare un'opera lirica non sempre è facile e d'altra parte non è facile per il vero poeta emergere; lo è ancora di meno da quando con l'avvento del verso libero, venuto meno il filtro selettivo della metrica, chiunque ha ritenuto di potersi improvvisare autore di liriche e le redazioni delle case editrici e delle riviste specializzate sono state inondate di velleitarie costruzioni sintattiche. Matilde Calamai anche in questo caso si è distinta con una soluzione stilistica del tutto singolare. Pur adottando in questa raccolta di liriche il verso libero, ha scelto di far precedere ogni poesia da un haiku: un caratteristico componimento giapponese composto da diciassette sillabe distribuite in tre versi, che anticipa in certo qual modo l'intimo significato di ogni lirica. L'“anima”, come si esprime nelle pagine introduttive l'autrice, che precede il “corpo”, la poesia stessa. E queste sessanta liriche, che Matilde ci propone anche nella traduzione inglese (ammesso che taluna di esse non sia stata direttamente pensata in questa lingua) ci disvelano effettivamente anima e corpo, spiritualità e storia personale dell'autrice. Ci sono, in primo luogo, le radici, a partire dalla città nativa. A differenza di molti suoi concittadini, che preferiscono scivolare sulla loro città nativa, magari per qualche complesso d'inferiorità rispetto alla più blasonata Firenze, l'autrice si dichiara francamente “orgogliosa di essere pratese”, legata da “un solo e resistente filo di lana” alla “nostra città”. È affezionata al “suono magico, ipnotico e seducente del telaio”. Ricorda con affetto la sua infanzia trascorsa a giocare “con sottili fili colorati”, in una città, per altro, senza “nessun cinese”. Più tormentato il rapporto con la Toscana, paragonata a una “signora dalla raffinatezza agreste”, chiusa però fra “mura di tradizione medievale”. Una bella signora dalla quale è tuttavia frequente la tentazione di fuggire, nonostante i suoi “girasoli più belli dei quadri di Van Gogh” e le “piccole città” che “in estate si tingono di verde / che come olio nuovo i gusti rendono piccanti.” Fuggire, sì, ma dove? Con precisione, ma anche con profondo afflato lirico, i versi di Matilde Calamai ci accompagnano in un itinerario biografico che è anche un itinerario spirituale. C'è, innanzitutto, Milano, la magica città degli affari e della moda, delle speranze dell'adolescenza e della prima giovinezza, ma anche delle prime delusioni. Illusioni e delusioni evocate con discrezione ma chiarezza: “Il Naviglio e Brera hanno segnato il mio cuore, / due cicatrici profonde nell'anima.” C'è, naturalmente, l'Africa, “la mia Africa”, già felicemente evocata nelle creazioni artistiche, porto sicuro in cui approdare, casa e rifugio, “massima espressione di pace”. Ma c'è , in queste “fotografie della memoria” , anche l'India. E si tratta di una memoria non solo e non tanto visiva, quanto olfattiva. Il “dolciastro del ginepro” e “l'intensità del mirto” evocano all'autrice la memoria del grande fiume Gange e le strappano una promessa - “Là ti sposerò” - che è anche una dichiarazione d'amore. E l'amore – come potrebbe essere diversamente? – è uno dei protagonisti di questa raccolta di liriche, declinato con discrezione in tante forme diverse. Ci sono gli amori nascosti, sospesi, mai dichiarati e quelli profondi, “indelebili come l'inchiostro di un tatuaggio”; gli amori – spiega Matilde in una lirica chiarificatrice – antidoto alla solitudine e “rammendi al mio narcisismo”. Ci sono gli amori falsi ed effimeri, onestamente confessati (“Quanti irragionevoli 'ti amo' a uomini sconosciuti”...) e quelli sofferti che insegnano all'autrice a non vergognarsi dei sentimenti. “Mi hai fatto capire che non sono diversa, che piangere per un amore finito, per un amico significa essere e non essere fragile”, ricorda Matilde in una delle sue liriche più belle. Ma in lei non viene mai meno l'aspirazione al vero amore “che non finisce mai”, magari – aggiunge l'autrice - “sulle note di Beethoven”. E l'accenno al grande musicista tedesco non è certo la sola citazione dotta di queste liriche che senza ostentazioni rivelano un'insospettabile ricchezza di riferimenti culturali, dai già citati Girasoli di van Gogh alla “neve di Shakespeare” evocata nella lirica “Chantal”, una delle più felici della raccolta.
 Cultura e spontaneità, originalità e tradizione – nella riscoperta di un'antichissima forma metrica, - orgoglio delle radici e fascino dell'esotico: anche nella capacità di compenetrare queste componenti all'apparenza inconciliabili risiede il fascino dei Pensieri inversi. Poco più di quattro mesi fa, commentando la sua prima esposizione, mi azzardai ad affermare che Matilde Calamai ama, riamata, la pittura. Ora posso aggiungere che Matilde ama, riamata, anche la poesia.

Enrico Nistri

FREE ZONE _ music

Matilde Calamai: Free Zone
Musiche che ho composto per scrivere.

Caos di Emozioni_music

Oliver Bruno Lapio & Matilde Calamai: Caos Di Emozioni
Le mie poesie in musica.

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